LA DOLCE VITA

Ho scoperto Luigi, che si fa chiamare “Gino”, quando ricevetti per posta aerea un catalogo anonimo della sua mostra a Milano. Lo misi da parte tra i pochi che riescono davvero a suscitare il mio interesse. Mi accorsi presto che non riuscivo a togliermi quelle immagini dalla mente.

Quando provammo a ricontattarlo, il celebre gallerista italiano Marieschi si era già ritirato e aveva chiuso la sua galleria. Cercammo allora di rintracciare direttamente l’artista, ma fu un altro vicolo cieco. Dopo ricerche approfondite, trovammo una sola riga con il nome di Gino alla decima pagina di un elenco di mostre collettive, su un sito italiano.

Scoprimmo così che collaborava con un gallerista torinese, che ci informò che tutte le opere erano state vendute. Di solito, un artista del suo calibro non ha lavori disponibili. Tuttavia, ci disse che avrebbe parlato con Gino per capire se fosse disposto a realizzare un’opera nuova per la nostra galleria.

Gino, com’è nel suo carattere, è completamente disinteressato agli aspetti commerciali del mondo dell’arte. Non è questo ciò che lo motiva.

Passarono i mesi. Non sapevamo se saremmo mai riusciti a ricevere un suo dipinto. Spiegai al gallerista, che faceva anche da nostro interprete, tutti i dettagli della mostra. Lo pregai di dire a Gino quanto ritenevamo importante il suo lavoro, e che sarebbe stato significativo poterlo mostrare a un pubblico americano.

Finalmente, ricevemmo un’e-mail con allegata la foto dell’opera che ci avrebbe inviato.

La vendemmo immediatamente, appena tolta dalla cassa.

Fu allora che decisi: era tempo di andare a Torino. Al mio arrivo, Gino e il suo entourage furono di una gentilezza straordinaria.

Gino vive e lavora a Chieri, un borgo classico italiano a circa 30 chilometri da Torino. Un luogo consapevole del mondo, ma non influenzato da esso. Un paese in equilibrio, in pace con sé stesso.

Il suo studio si trova al piano superiore dell’edificio industriale che ospita l’azienda di famiglia, specializzata in packaging. Ha a disposizione diverse stanze dove lavora, ma ciò che mi colpì più di tutto fu la sua grande libreria: una straordinaria raccolta di libri d’arte rari e monografie, dal Rinascimento all’arte contemporanea. Libri di incisioni rilegati a mano, splendide riproduzioni a colori, enciclopedie dei grandi maestri italiani.

In quella stanza, si può davvero studiare ed esplorare l’essenza della storia dell’arte. Mi sembrava che secoli di pittura si fossero concentrati e distillati proprio in quelle magnifiche nature morte che Gino aveva creato.

Fu a Chieri che, con Gino, la sua famiglia e i suoi amici, vissi uno dei pranzi più memorabili della mia vita. Questa regione del nord Italia è rinomata per il tartufo bianco Brillat-Savarin, definito il diamante della cucina.

Il cameriere arrivò con una scatola di legno contenente circa una mezza dozzina di tartufi. Ne scegliemmo uno, e lui iniziò a grattugiarlo su ogni portata: sull’insalata, sulla pasta, sull’agnello. Fu una festa tutto il giorno, un banchetto continuo.

E infine, il dessert: i pasticcini. Esattamente come quelli nei dipinti di Gino.

Speriamo che possiate vivere questa mostra con lo stesso entusiasmo con cui sono stati dipinti i quadri che la compongono. Non si tratta semplicemente di nature morte. Sono metafore di uno stile di vita che stiamo perdendo. Una vita senza tecnologia, ma con la famiglia. Senza informazione, ma con conversazione. Una vita autentica.

La dolce vita.

LE TENTAZIONI DI LUIGI BENEDICENTI

“La bellezza! Chi sa davvero che cos’è?”

Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov

I dipinti di Luigi Benedicenti colpiscono per l’intensità drammatica con cui raffigura pasticcini monumentali, dalla presenza quasi teatrale. Dopo la sua prima mostra negli anni Settanta – che ricevette un’ottima accoglienza da parte del pubblico e della critica – Benedicenti scelse per lungo tempo di non esporre più, pur continuando con costanza la propria ricerca, sperimentando tecniche e immagini sempre nuove.

Solo all’inizio degli anni Novanta tornò a esporre, trovando una nuova musa ispiratrice in una piccola pasticceria della sua città natale, Chieri, in Piemonte.

Oggi dipinge dolci con uvetta e canditi, piatti con pere caramellate, olive sott’olio e crostate di frutta brillante, su sfondi colorati e fogli di alluminio riflettenti. Il mondo della natura e del reale sembra davvero a portata di mano. I pigmenti a olio e le vernici sono gli strumenti artificiali attraverso cui Benedicenti restituisce la terra, l’acqua, i frutti.

Il processo parte dal disegno, dai toni monocromi e chiaroscurali, per poi abbandonarsi a splendide fantasie cromatiche in cui volume, luce e trasparenza concorrono a creare queste opere dall’impatto scenico potente.

Ci si può chiedere perché Luigi Benedicenti scelga proprio bignè sontuosi, caramello fuso o glassa trasparente per esplorare la realtà trascendente della natura morta. Eppure, le sue tele, così dense di sfumature, sembrano riportarci al lavoro dei primi fotorealisti, evocando al contempo i grandi maestri rinascimentali della sua terra.

La verità centrale della sua opera si colloca infatti tra i due poli: la pittura fiamminga di natura morta e la fotografia contemporanea. La verità che Benedicenti celebra è quella che permette a ciascuno di riconoscere, in alcune immagini, oggetti o figure, una costante che ha il potere e la passione di sfuggire al tempo.

Il suo gioco con la realtà è spinto al punto da rendere lo spazio pittorico quasi tridimensionale – una strategia adottata dai pittori barocchi, Caravaggio in primis.

Il suo capolavoro Canestra di frutta (1597–1598) fu fondamentale nel ridefinire il rapporto tra arte e natura. Benedicenti raccoglie quell’eredità e la rielabora nella natura morta contemporanea, come dimostra Twilight (2008), dove al cesto intrecciato barocco sostituisce gusci di carta moderni.

L’indicazione netta della spazialità e della stabilità trasmessa dal cesto caravaggesco, posato al centro della tela e appena sporgente rispetto al piano d’appoggio, lascia spazio ad altri elementi come frutti e foglie rigogliose. Allo stesso modo, Benedicenti sfrutta i riflessi su fogli di alluminio per svelare dettagli altrimenti invisibili.

Ancorate a riferimenti figurativi precisi, le sue opere non sono soltanto piene di relazioni e significati, ma rappresentano anche un rinnovato interesse per la pittura di natura morta nel panorama contemporaneo.

Luciana Baldrighi

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