Luigi Benedicenti e le sue artistiche tentazioni

«… La bellezza è una cosa terribile e paurosa. Paurosa perché indefinibile, e definirla non si può, perché Dio non ci ha dato che enigmi. Qui le due rive si uniscono, qui tutte le contraddizioni coesistono… Quanti misteri. Troppi enigmi sulla terra opprimono l’uomo. Scioglili se puoi e torna salvo alla riva. La bellezza! Chi sa che cos’è?…» Parole di Dostoevskij, I fratelli Karamazov.

Ma c’è forse bellezza che non porti con sé un mistero? Un baldo chiarore o una tremula luce riflessa da un quadro assume per chi lo guarda un significato e una sensazione molto diversa. Eppure l’oggetto è il medesimo. Ma veniamo al fatto.

Davanti ai quadri di Luigi Benedicenti si rimane stupiti dai soggetti affrontati nella sua pittura, eppure sono imperniati di un notevole zelo drammatico e al tempo stesso l’ironia prende corpo: enormi pasticcini, che sembrano essere appena usciti da una profumata cucina di una pasticceria, ci attraggono e ci respingono allo stesso tempo. Caravaggio amava dipingere nature morte con pere, mele, uva e molti altri grandi artisti prima e dopo di lui. C’è da chiedersi come la committenza o il popolo reagiva a quelle nette provocazioni, vere e proprie realizzazioni virtuali della natura.

Alle soglie del terzo millennio le rose e le delicate cialde ricche di frutti di un artista piemontese (classe 1948) possono avere lo stesso impatto piacevolmente disorientante dell’arte del passato. Un fenomeno che nel tempo ha coinvolto pittori, scrittori, architetti e persino stilisti: il loro «prodotto» era talmente avanti con i tempi che i contemporanei non erano in grado di comprendere appieno che cosa essi volevano comunicare. Si spiegano così tanti successi postumi.

Benedicenti, dopo le prime mostre degli anni settanta, nonostante un certo riscontro sia di pubblico che di critica, per molto tempo non ha più voluto esporre i propri lavori, continuando però a cercare chiuso nel suo studio nuove tecniche e a sperimentare nuove immagini.

Solamente nei primi anni novanta ha ricominciato ad esporre i suoi dipinti, con un certo successo: la tecnica è rimasta quella dell’olio su tavola. La cartina vuota (1997), Nella nicchia (in varie versioni, 1997/98), La melagrana (1995), Nel vassoio (1997/98), Niveau de remplissage (1995) e la provocatoria Cena di Emmaus (1996/97) sono stati i soggetti più frequenti.

Oggi, sempre su fondo nero e con un piano che sembra luccicante come carta stagnola, visti i tempi moderni è meglio usare il termine «Domopak», dipinge panettoni con uvette e canditi, piatti con pere caramellate, olive sott’olio con tanto di ramo benedetto e funghi invoglianti.

Il mondo della natura e della realtà sembra essere ai suoi piedi, al microscopio. Pigmenti a olio e vernici sono gli elementi artificiali che Benedicenti antepone alla terra, all’acqua, ai frutti.

A partire dal disegno, fino ai pigmenti chiaro-scuri monocromi, per arrivare a lavorare sulla materia dove allora si lascia andare a fantastiche fantasie coloristiche nelle quali volume, luce e trasparenza contribuiscono alla messa in scena di una “scatola” teatrale che poi non è altro che la cornice.

Sforziamoci di guardare, quasi con una lente d’ingrandimento, il risultato di una filosofia insolita e affascinante al tempo stesso, osservando ad esempio: Rose e ampolla, Discriminazione o Ciliegia e ci accorgiamo come la realtà vada oltre il reale.

È lecito porsi il quesito del perché Luigi Benedicenti nella sua pittura ludica artefatta preferisce la finzione di bignè, un caramello sciolto su della frutta o della glassa trasparente. Le sue tele ci appaiono così sature di umori quasi volessero ricondurci alla poetica iperrealista o a qualche gioco della Pop Art. La verità si nasconde tra i poli di una natura morta fiamminga e l’utilizzo del cibachrome nella fotografia. Espedienti usati dalla fotografa americana Cindy Sherman e dall’artista Tracey Moffat.

Il gioco sulla realtà è portato da Benedicenti alle estreme conseguenze, quando lo spazio pittorico sembra farsi tridimensionale, una strategia cara anche ai protagonisti del Barocco come Caravaggio. Ma l’artista sembra tenere molto a segnalare quali grandi maestri di quest’arte Chardin e Chuck Close, che hanno fatto di quest’arte il regno della monumentalità. Una monumentalità alla quale rimane il sapore antico della «natura morta», valori dal tema quotidiano che erigono il soggetto a un’icona. Ne vale la pena ricordare i maestri del trompe-l’oeil americano come la Harnett, Peale, Cope o Haberle e per certi versi anche De Chirico, del quale sono passate alla storia delle eroiche fette di torta.

Un omaggio al gusto, al palato diranno i più golosi, ma anche un omaggio alla pittura più opulenta seicentesca.

Ogni secolo ha la sua luce, quella di questo secolo ci appare fredda, le alogene non danno toni caldi, difficile quindi leggere nelle opere di Benedicenti il sentimento della malinconia, la Vanitas.

Pigmenti che si condensano, che si coagulano, che si perfezionano in un gioco sempre più serrato che in qualche modo ci appartiene; una frenesia che la nostra società ha saputo mettere a punto senza tenere presente che il campo di battaglia della vita è il cuore degli uomini.

Ci rimangono pochi minuti per fissare un quadro, eppure è l’espressione massima della spiritualità di un individuo e della società che lo circonda. Qualcuno riesce a rimanere colto da una visione al massimo cinque minuti. Ma in quegli attimi strappati al logorio del nostro quotidiano le nostre emozioni si moltiplicano, finché non si attua una lotta vana per farci riconquistare il posto che abbiamo perduto, per conquistare la normalità.

L’arte simula vizi immaginari e fa passare inosservate le nostre vere inclinazioni perché ci costringe a cercare piaceri reali, corregge manifestazioni di rischiosa passionalità. Le emozioni hanno simpatia per l’ordine fisso, ma temono le esperienze sconcertanti, le favole, gli artifici, i sogni che ci permettono di conoscere noi stessi. I sentimenti reali rimangono tenaci, nascosti dalla maschera dell’ufficialità. Quest’arte non ci può lasciare indifferenti: o la si ama o la si detesta. O ci si specchia o si fugge. È troppo forte l’impatto con il soggetto così simboleggiante da sembrare uno stratagemma.

La Canestra di frutta di Caravaggio conservata alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano prima di passare nelle mani di Federico Borromeo era nel palazzo romano dei Giustiniani. A quei tempi la «natura morta» aveva un’importanza singolare, perché rivestiva di un ulteriore significato l’arte e la natura, in virtù della provenienza lombarda di Caravaggio. Quella chiara indicazione di spazialità, stabilità dal canestro ricco di frutta al centro della tela e lievemente aggettante al piano sul quale era riposto, lascia spazio agli elementi dei frutti e delle foglie rigogliose. La mela bacata, il fico maturo, riportano la composizione alla fedeltà del vero che eleva il genere, ritenuto per un certo tempo minore, al pari della pittura d’azione.

Benedicenti, con la fissità della luce dei suoi quadri, vuole dimostrare che oltre alla gerarchia teorica dei generi in pittura esistono interpretazioni intellettualistiche che associano la naturalezza della cruda realtà alla trasposizione dei moti dell’anima, vuoi che siano di radice romana, lombarda o piemontese.

Il pittore si mostra saldamente ancorato a precisi riferimenti d’immagine che suonano come azioni o composizioni domestiche e che sono direttamente riferibili al nuovo interesse per l’imitazione naturale.

Questa sofisticata pittura è ormai diventata un genere che la Galleria Marieschi porta avanti nell’ambito del «Nuovo Realismo», una corrente che ha numerose repliche, ma che si può definire un richiamo di una nuova stagione. L’assimilazione di questo tema da parte del pubblico, della quale Giuliana e Claudio Malberti si possono dire in Italia antesignani, è riscontrabile nel gusto dei collezionisti, specie dove la riproduzione di oggetti inanimati, ma non solo, diventa una lente di ingrandimento corrispondente a complesse simbologie, metafora di un’epoca in cui tutto si consuma.

Il principio di fedeltà al vero portato avanti da Benedicenti consente a tutti di riconoscere in alcune delle immagini, negli oggetti e qualche volta nelle figure rappresentate nei dipinti composizioni destinate a rimanere fisse nel tempo. Celebrazioni degne di accorti cronisti.

Luciana Baldrighi

Realismo estremo

È possibile sfidare la realtà? È possibile rappresentare la realtà senza tradirla, ma in modo diverso da ogni approccio del passato?

Dal naturalismo di Caravaggio al realismo ottocentesco di Courbet la realtà, in pittura, è sempre rientrata nelle coordinate spazio-temporali delle normali percezioni visive della nostra mente. Nel settecento, Canaletto aveva tentato, riuscendoci benissimo, una sorta di astrazione illuministico-razionalista, dipingendo una Venezia (e non solo) per certi aspetti (prospettiva e luce) in parte vera e in parte immaginaria.

Nell’ultimo quarto dell’ottocento l’impressionismo ha fatto leva sulle sensazioni più epidermiche della realtà e nella prima metà del novecento l’espressionismo ci ha dato una realtà distorta e drammatica, come i tempi, purtroppo, l’avevano trasformata.

Da ultimo, l’iperrealismo (o fotorealismo) americano ha rappresentato una realtà così fedele all’immagine trasmessa dall’occhio della macchina fotografica, da fare ritenere non fosse più possibile andare oltre. La realtà più reale era questa: quella che l’occhio della macchina fotografica ci rappresenta.

E invece ecco la sfida. La sfida di Luigi Benedicenti contro la realtà. Per lui la realtà è qualcosa che va oltre l’immagine riflessa nella retina dei nostri occhi o sulla pellicola della macchina fotografica. Ma al tempo stesso non è qualcosa di diverso da ciò che vediamo e tocchiamo. Rimangono intatte tutte le coordinate spazio-temporali della nostra mente. Non vediamo una realtà semplificata o distorta o diligentemente calligrafica. Vediamo esattamente le cose che esistono, ma la realtà della rappresentazione di Benedicenti è qualcosa che va oltre i dati apparenti delle cose esistenti.

Ho chiamato questo modo di dipingere “realismo estremo”. Ed è proprio per questo che l’arte di Benedicenti è una sfida, perché cimentarsi con la realtà, nel modo suo di dipingere, vuole dire correre il rischio di un’impresa pericolosa, come scendere dall’Eiger con gli sci o fare il giro del mondo in barca a vela da soli.

Una sfida, dunque, ma per arrivare dove? Per arrivare a percepire e a rappresentare la realtà come nessun altro finora aveva fatto.

Da queste opere scaturiscono sensazioni ed emozioni che si possono provare, di solito, soltanto “vivendo” il mondo che vi è rappresentato.

Il piacere di un buon piatto di maccheroni con pomodoro e olive nere, o di due fette di prosciutto con una fetta di buon melone fresco, lo proviamo in certe sere estive quando sotto un pergolato, nel bel mezzo della campagna, assaporiamo l’atmosfera delle prime ore di riposo dopo un lungo inverno di fatica e di lavoro. La dolcezza di un pasticcino la possiamo godere non prima di averlo portato alle labbra. Il profumo e la delicatezza di una rosa si potranno sentire soltanto avendola tra le mani e accarezzando i suoi petali.

La sfida vincente di Benedicenti è, a mio parere, di essere riuscito a trasmettere con la pittura tutte queste sensazioni ed emozioni, non per mezzo di un meccanismo intellettuale, ma accendendo e alimentando in noi un istinto tattilo-sensoriale che ci coinvolge completamente.

A distanza di alcuni anni l’impressione che queste opere suscitano in me non è diversa da quella avuta davanti alle opere viste la prima volta. Benedicenti mi sembrò essere (e oggi ne ho la conferma) non solo un pittore “nuovo”, ma soprattutto un pittore che scava nella realtà e la fa “parlare” con un linguaggio pieno di nuovi valori.

Qualcuno si chiederà: ma allora la pittura di Benedicenti è un punto di arrivo? Questo “realismo estremo” è la fine del realismo? Affermare ciò sarebbe assurdo. In arte nulla è mai un capolinea di arrivo.

La verità è un’altra. La verità è che questo “realismo estremo” lungi dall’essere la fine di un percorso (anche se lo può sembrare per certi aspetti), costituisce il punto di partenza per nuove interpretazioni della realtà senza tradire – ed è questo il punto – la pittura.

Detto questo, occorre sottolineare ancora una volta che Benedicenti rimane un pittore di grande raffinatezza, un artista destinato ad essere un pittore per pochi. Ogni quadro è come uno straordinario gioiello. Anche per questo lo amiamo.

Egli non cerca la quantità ma la qualità. Egli sa bene che la via della qualità è più aspra. Ma, del resto, che “realismo estremo” sarebbe il suo se, per raggiungerlo, egli percorresse le facili strade di tanti altri?

Claudio Malberti

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