archivio luigi benedicenti pittore iperrealista mostre personali Personale  Davico 1998

IL GUSTO DELLA PITTURA

A livello poetico e di comunicazione immediata l’opera d’arte, e soprattutto quella contemporanea, presenta solitamente una misteriosa complessità, che fa scrivere ad Arnold Hauser che le semplici leggi formali dell’arte non sono per loro natura diverse dalle regole di un gioco: “Per quanto esse possano essere complicate ed escogitate con ingegno e perizia, esse, in sé e per sé, cioè indipendentemente dallo scopo di vincere il gioco, sono più o meno prive di senso”.

Con Luigi Benedicenti, giocatore di prestigio, abile creatore di immagini virtuose che scaturiscono da una favolosa cromia, si è a teatro o in sala di esposizione? Si è spettatori attivi o visitatori passivi? Si gioca o si è giocati?

A mio avviso, sono quesiti che, al loro interno, hanno più di una risposta.

Sono opere belle (secondo i canoni crociani), come se fossero di mano e di radici antiche, alla maniera di Caravaggio, per intenderci. La sua abile ed intelligente rivisitazione in chiave laica della Cena di Emmaus (dove i personaggi hanno il volto folgorato dalla luce) più che un omaggio dadaista a Caravaggio, costituisce un’elegante dissacrazione di non pochi luoghi comuni del nostro quotidiano.

In ogni lavoro, in effetti, egli è artista che dimostra di conoscere il fatto suo, che ha fatto propria la lezione sulla “compositio”, la quale, per dirla con Leon Battista Alberti, deve rispettare “la circoscrizione”, vale a dire il disegno, “il componimento”, ovvero la composizione prospettica e “il ricevimento dei lumi”, e cioè le luci, le ombre, i colori. È questo, appunto, il caso dello splendido nudo di donna orizzontale che porta il titolo “Nel segno dello Scorpione”, dove si mischiano ironicamente, come in un gioco fra sacro e profano, il mito di Narciso e quello peccaminoso di un’Eva rivisitata in chiave Liberty, che impugna un giglio decisamente allusivo.

In ogni quadro o teatrino di Luigi Benedicenti si riconosce certo un’unica mano, ma sotto traccia si percepisce una personalità composita, che orchestra e coniuga momenti psicologici e percettivi diversissimi tra loro, e che rinuncia aprioristicamente a tentare soluzioni catartiche per rispondere alla contradditorietà del reale.

Le opere di questo artista sono pensanti, uniformemente agenti, storicamente attinenti. Per un attimo, con lui, ci si illude di essere tornati alla tradizione. Silenzio soddisfatto, in questo caso, dell’osservatore appagato dinnanzi a composizioni subito captabili, decodificabili, che presentano una fattura senza difetti né prospettici né cromatici e rivelano un disegno preparatorio inappuntabile. Freud ci ha spiegato che l’arte ha una funzione soprattutto consolatrice e rappresenta la compensazione più preziosa alle insufficienze della nostra esistenza. In questo senso riceviamo in dono con Dolci riflessi, dolci proprio in senso letterale, queste meringhe alla panna, per non dire delle paste alle fragole, che toccano corde infantili e memorie di pasti domenicali festosamente coronati dal pacchetto della pasticceria, in una composizione ad olio su tavola esteticamente tranquillizzante.

Messaggio ugualmente inequivocabile è quello della Cartina vuota, opera tra il ludico e lo struggente, e ancora una volta peccato di gola consumato solo nell’intenzione.

Perché negarlo? La sperimentazione contemporanea rappresenta a volte una sorta di tortura per i nostri occhi e i nostri cuori, con il suo linguaggio sovente criptico, con i suoi materiali espressivi inusuali, volgari, portatori di lattine, di stracci neri, di superfici unte, di cordami, di carta di giornale, di vetri infranti. Benediciamo quindi (e mi si passi il facile gioco di parole, ma del resto “nomen omen”) Benedicenti e il suo Niveau de remplissage, i suoi funghi sott’olio in barattolo, una sorta di natura morta metafisica, portatrice di golosi silenzi. E al diavolo le diete.

Con Luigi Benedicenti noi spettatori possiamo giocare ed illuderci, proprio come a teatro, che la sconfitta del brutto possa anche significare la sconfitta del male del nostro vivere, e che le porte dell’Eden non si siano chiuse per sempre.

Un teatro virtuale, il suo, dall’atmosfera asettica, un po’ Dada e un po’ dandy, dove si è costantemente provocati e si risponde divertiti all’autore (o agli invisibili autori che Benedicenti si porta dietro come bagaglio culturale) con un applauso liberatorio. Ma è anche un “peintre cruel” (definizione che gli si addice a pennello nella dolce ed espressiva musicalità della lingua francese), quando si diletta maniacalmente a ricostruire la crema chantilly nei particolari più provocanti, tentatori, allusivi, sensuali.

È artista vero, alchimista dal colore puro, Pigmalione di forme semiapollinee che trasudano da tutte le parti peccaminosità dionisiache, con i suoi bignè alla crema, le sue pere caramellate, in un esibizionismo estetico – provocatorio (un vero dessert a luci rosse) che non concede spazio alle riflessioni dell’osservatore, la cui unica libertà è quella di deglutire, purtroppo, a vuoto. Ogni particolare è calcolato dall’autore per veicolare le nostre potenzialità trasgressive più profonde, e ci lascia esposti alla tentazione, al nostro voyeurismo di peccatori incalliti ma repressi.

È complesso, se non addirittura impossibile, imbrigliare questi lavori in qualche formula legata a un movimento, a una corrente d’arte moderna o contemporanea.

Il nero di fondo, per esempio, è il motivo dominante in ogni dipinto su tavola di Benedicenti. Un messaggio pittorico sempre ripetuto, che fa pensare ad attinenze con la sperimentazione concettuale. Il nero è “come un nulla senza possibilità, un nulla morto dopo la morte del sole, come un silenzio eterno, senza avvenire, senza la speranza stessa di un avvenire”, come scrive Kandinsky.

Luigi Benedicenti pare utilizzare un linguaggio freddo ed oggettivo di matrice iperrealista ma, in verità, la sua sin troppo chiara ironia porge la narrazione poeticamente (perché di poesia anche si tratta) imponendoci la sua soggettività. Quindi preferirei definire la sua tecnica come iperillusionista.

Solo in apparenza si può paragonare il suo messaggio a quello forte della Pop-Art americana. Essa infatti, come va ricordato, si confronta in ottica puritana con l’ossessivo consumismo di massa di questo secolo. Al contrario, Luigi Benedicenti invita, non solo a consumare, ma addirittura a saziarsi con questo ben di dio, con questi dolci, con queste calorie dispensatrici di piacere, in un pantagruelico festino carnascialesco.

E la risata che ne deriva non può che essere divina.

Torino, 17 febbraio 1998

Paolo Levi

Condividi sui Social